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Sintesi del libro bianco
Crescita, competitività, occupazione
di Jacques Delors
1993
Il "Libro Bianco" di Jacques Delors, presentato dalla Commissione
europea nel dicembre del 1993, ha come argomento principale il problema
della disoccupazione nei paesi membri della Comunità Europea
e rappresenta il contributo più autorevole proposto dalle istituzioni
comunitarie per affrontare la più grave emergenza economica
e sociale che affligge l'Unione Europea. Contiene numerose indicazioni
di politica economica che i singoli Stati membri e la Comunità
nel suo complesso dovrebbero seguire per combattere un fenomeno che
negli ultimi venti anni ha afflitto l'Europa: più di 18 milioni
di persone sono disoccupate e il tasso attualmente oscilla intorno
all'11%.
Quali sono le cause della disoccupazione in Europa?
Una caratteristica dell'economia europea negli ultimi 25 anni è
il basso tasso di creazione di nuovi posti di lavoro che, non riuscendo
a compensare l'incremento della forza lavoro, ha determinato la crescita
pressoché costante del numero dei disoccupati.
La scarsa creazione di posti di lavoro e il basso livello degli investimenti
nella Comunità, riscontrabili dopo il primo shock petrolifero
del 1973, sono dovuti principalmente alle politiche macroeconomiche
adottate dagli Stati membri. Ciò ha avuto un effetto negativo
sia sulla competitività del "sistema Europa", che
sulla crescita dell'economia. Infatti, l'economia europea si espande
ad un ritmo molto più lento che in passato.
Secondo l'analisi proposta dal Rapporto della Commissione, la recessione
dei primi anni Novanta è stata causata dalla combinazione di
un basso tasso di crescita potenziale e da errori di politica economica
che hanno sospinto il tasso di crescita effettivo oltre quello potenziale.
Ciò è avvenuto alla fine del 1987 quando, dopo il crack
delle Borse, si è temuta una fase recessiva e, quindi, vi è
stata una politica monetaria su scala mondiale espansiva.
Tuttavia, l'economia europea era già in una fase espansiva
che, però, non si rifletteva ancora nelle rilevazioni statistiche.
Ciò nel 1988 ha portato ad un tasso di crescita effettivo del
4,1% che superava ampiamente il tasso di crescita potenziale. Questa
situazione si è protratta fino al 1990, determinando tensioni
inflazionistiche e conseguenti aumenti salariali.
In questo contesto macroeconomico il "libro bianco" pone
come obiettivo la creazione, entro l'anno 2000, di 15 milioni di nuovi
posti di lavoro. Nei prossimi cinque-dieci anni si prevede un aumento
dell'offerta di lavoro all'incirca pari allo 0,5%, dovuto in larga
parte all'andamento demografico e per il resto all'aumento del tasso
di partecipazione.
Il "Rapporto Delors" indica che le scelte di politica economica
da adottare per ridurre la disoccupazione dipendono, in una certa
misura, dal tipo di crescita a medio termine ritenuta più idonea
a determinare l'aumento desiderato dell'occupazione. Tuttavia, ognuna
di queste opzioni ha conseguenze diverse sia sul piano economico che
sociale e quindi è necessario valutare le implicazioni delle
principali alternative: crescita modesta ed elevatissima intensità
occupazionale e crescita più sostenuta e maggiore intensità
occupazionale.
La prima opzione si basa sul convincimento che non sia possibile ottenere
una crescita molto elevata, anche per le conseguenze sull'ambiente
della stessa, e che dunque bisognerebbe incrementare notevolmente
il contenuto occupazionale della crescita.
Quindi, si reputa auspicabile una crescita effettiva del prodotto
in linea con quella potenziale (poco più del 2% all'anno) ed
un notevole incremento dell'intensità occupazionale rispetto
ai valori attuali.
Seguire questa strada vuol dire rifarsi alla situazione degli Stati
Uniti, che negli ultimi venti anni hanno vissuto una crescita modesta
caratterizzata, però, da un'alta intensità occupazionale.
Tuttavia, la possibilità di applicare il modello americano
al contesto europeo risulta difficile: sarebbe necessario attuare
misure che invoglino gli imprenditori ad assumere manodopera, attraverso
una considerevole riduzione dei costi salariali e dei contributi sociali.
La seconda opzione prevede una crescita più sostenuta e maggiore
intensità occupazionale. Si ritiene che, se all'interno dell'Unione
si riuscisse a coniugare una crescita dell'economia del 3% con un
aumento dell'intensità occupazionale della stessa compreso
fra lo 0,5 e l'1%, si conseguirebbe l'obiettivo di creare quindici
milioni di posti di lavoro entro il 2000. In questo caso circa 2/3
dei nuovi posti sarebbero frutto del consolidamento della crescita,
mentre 1/3 sarebbero da addebitare alla maggiore intensità
occupazionale della stessa. Un tasso di crescita dell'economia europea
di quest'ordine viene considerato compatibile con le esigenze di tutela
dell'ambiente.
Questa opzione è ritenuta non facile da conseguire, ma comunque
più sostenibile in termini sociali rispetto a quella "modellata"
sull'esempio americano.
Allo scopo di intraprendere questo percorso di crescita sostenuta
e di maggiore intensità occupazionale è necessario che
la politica economica comunitaria si fondi su tre elementi principali
connessi l'uno all'altro:
1. un quadro macroeconomico in grado di sostenere le forze di mercato
e non di ostacolarle come è avvenuto in passato;
2. interventi di carattere strutturale volti ad accrescere la competitività
verso l'esterno del sistema europeo e a permettere di sfruttare tutte
le potenzialità del mercato interno;
3. una riforma strutturale del mercato del lavoro per rendere più
semplice e meno oneroso il ricorso alla manodopera, aumentando così
l'intensità occupazionale della crescita.
Una crescita sostenuta è uno degli obiettivi imprescindibili
per aumentare l'occupazione: questo dipende dall'andamento dell'economia
mondiale, ma anche dalle politiche attuate all'interno dell'Unione.
La politica economica deve quindi favorire un processo di crescita
fondato sugli investimenti piuttosto che sul consumo. Inoltre,
un aumento degli investimenti, attraverso l'introduzione di nuove
tecnologie, avrebbe l'effetto di accrescere la competitività
del sistema. A questo fine si devono dividere gli incrementi di produttività
fra capitale e lavoro. Il rapporto Delors sostiene che i salari reali
dovrebbero continuare ad aumentare, come durante la maggior parte
degli anni Ottanta, di un punto percentuale in meno rispetto alla
produttività. In questo modo si realizzerebbe il necessario
incremento della redditività degli investimenti e della competitività
del sistema.
La fiducia degli imprenditori si rafforza se le autorità di
politica economica mantengono un quadro macroeconomico stabile, favoriscono
un'espansione della domanda globale soddisfacente e dimostrano di
voler rinnovare le infrastrutture del sistema. È necessario
inoltre preservare la stabilità dei cambi ed il cammino verso
la moneta unica.
La politica di bilancio deve contribuire alla maggiore crescita attraverso
un significativo contenimento dei deficit statali e favorendo il necessario
incremento del risparmio nazionale indispensabile per un aumento degli
investimenti che non generi pressioni inflazionistiche. In
questo senso, secondo il rapporto, il criterio fissato dal Trattato
di Maastricht (disavanzi di bilancio inferiori al 3%, obiettivo raggiunto
abbondantemente dall'Italia) è sicuramente un punto di riferimento
importante.
L'Unione Europea risulta svantaggiata rispetto ai suoi concorrenti
per una serie di motivi:
1. i risultati commerciali dell'Unione, a partire dagli anni Ottanta,
sono peggiorati costantemente e l'industria europea ha perso quote
di mercato sia rispetto ai paesi di nuova industrializzazione, che
rispetto ai suoi concorrenti classici (Stati Uniti e Giappone);
2. l'industria comunitaria ha migliorato la sua posizione commerciale
solo su mercati a crescita debole (cotone, macchine tessili e da cucire,
vari prodotti tessili, conceria, materiale ferroviario, macellazione
e preparazione delle carni, lavorazione dei cereali, distillazione
di alcool etilico), mentre sui mercati ad alto valore aggiunto
come l'informatica, l'elettronica, la robotica, gli strumenti ottici
ed il materiale medico-chirurgico vi è un ritardo preoccupante.
Per competere in queste arene è necessaria una forte ripresa
degli investimenti, l'introduzione di tecnologie più efficienti,
la riqualificazione della manodopera ed una riorganizzazione
della produzione;
3. un livello insufficiente di investimenti nella ricerca e nello
sviluppo tecnologico.
D'altro canto l'industria europea dispone di alcuni punti di forza
rispetto ai suoi competitori: le imprese europee risultano meno indebitate
rispetto a quelle americane e giapponesi e lavorano con margini in
linea con quelli di questi due paesi. Inoltre, la realizzazione del
mercato interno ha dato un notevole impulso alla ristrutturazione
delle imprese, la manodopera è altamente qualificata ed il
livello delle infrastrutture, sebbene da migliorare, risulta adeguato.
Questi sono gli obiettivi da raggiungere per l'implementazione
del mercato interno:
1. semplificare il contesto normativo e fiscale;
2. facilitare l'attività delle imprese con iniziative volte
a garantire il massimo grado di concorrenza e l'accesso al credito
privato;
3. aiutare lo sviluppo delle piccole e medie imprese, spina dorsale
del sistema economico europeo, tramite la cooperazione e la costruzione
di reti;
4. lanciare il piano di realizzazione delle reti transeuropee;
5. promuovere una crescita dell'economia sostenibile sia sul piano
della stabilità monetaria, che su quello ambientale.
Il ruolo svolto dalle piccole e medie imprese viene indicato come
decisivo ai fini di ottenere una crescita con maggiore occupazione:
queste impiegano più dei due terzi della manodopera europea
(il 70,2%) e contribuiscano con il 70,3% al fatturato comunitario.
Nel programma di Delors si sottolinea come la semplice crescita dell'economia
non può bastare se non si mette mano ad una profonda riforma
del mercato del lavoro, che è una delle cause principali di
una disoccupazione che ha assunto un carattere strutturale, come evidenziato
dal numero dei disoccupati (18 milioni), dal fatto che oltre la metà
di loro sono disoccupati di lungo periodo e dall'elevata disoccupazione
giovanile.
Il mercato del lavoro è considerato troppo rigido, in termini
di organizzazione dell'orario di lavoro, di retribuzioni, di mobilità
e di adeguamento dell'offerta di lavoro alle esigenze della domanda.
Queste caratteristiche del mercato del lavoro sono la causa di un
costo del lavoro relativamente elevato, che è cresciuto in
Europa in misura maggiore rispetto agli Stati Uniti ed al Giappone.
Un costo del lavoro elevato spinge le imprese verso la sostituzione
di lavoro con capitale per non perdere la sfida competitiva con i
concorrenti tradizionali e con i paesi emergenti dell'area asiatica.
La riorganizzazione degli orari di lavoro viene considerata come un
aspetto importante sia al fine di aumentare la flessibilità
del mercato del lavoro, che per i riflessi in termini di nuova occupazione.
Infatti, andrebbero rimossi gli ostacoli di carattere normativo che
riguardano l'organizzazione degli orari ed il lavoro a tempo parziale.
Al contempo, bisogna impedire che chi desideri adottare un orario
di lavoro ridotto sia meno tutelato dal punto di vista sociale o subisca
condizioni di lavoro inferiori.
Il "libro bianco" suggerisce agli Stati membri di adottare
iniziative che favoriscano la riorganizzazione degli orari di lavoro,
senza però tentare di imporre la riduzione per via legislativa.
Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo sono:
1. la negoziazione di un equilibrio migliore in tema di tutela
sociale fra lavoratori permanenti e lavoratori a tempo determinato,
in modo che sia le imprese che i lavoratori possano scegliere il modello
di lavoro preferito;
2. la riduzione al minimo degli incentivi finanziari che stimolano
i percettori di redditi al di sopra della media a lavorare un numero
di ore superiore alla media;
3. incoraggiare la riduzione della settimana lavorativa, utilizzando
maggiormente gli impianti se necessario e tutelando la competitività;
4. l'elaborazione di misure atte a favorire le persone iscritte alle
liste di collocamento laddove si presentino nuove opportunità
di impiego;
5. la riduzione delle ore di lavoro su base annua e la possibilità
di periodi di interruzione del lavoro e di congedi di formazione.
Una strategia per ridurre la disoccupazione dovrebbe basarsi su di
una significativa riduzione del costo del lavoro da realizzare attraverso
una diminuzione degli oneri sociali (che ammontano ora al 40% del
PIL).
I prelievi direttamente gravanti sul lavoro (imposte dirette e contributi
sociali) rappresentano oltre la metà dei prelievi obbligatori
(il 23,5%) e sono aumentati in termini reali del 40% dal 1970, ossia
ad un ritmo doppio rispetto a quelli americani.
Detti prelievi gravano sul costo totale del lavoro per oltre il 40%,
a differenza degli Stati Uniti dove sono pari al 30% e al Giappone
dove pesano per il 20%.
Il livello elevato di questi costi non salariali è uno degli
ostacoli maggiori per un aumento dell'occupazione, in quanto le imprese
sono ovviamente dissuase dall'assumere nuova manodopera. Ciò
vale in misura maggiore per le piccole e medie imprese, che sono le
prime ad essere scoraggiate dall'elevato livello degli oneri sociali,
amministrativi e fiscali che gravano su di esse.
In questo contesto, al fine di aumentare l'occupazione senza incidere
sui livelli delle retribuzioni si propone di ridurre i costi non salariali
del lavoro soprattutto per i lavoratori meno qualificati. Infatti
la disoccupazione grava in modo più pesante su questa categoria
di lavoratori e per di più nella maggior parte dei paesi europei
i costi non salariali del lavoro pesano in misura relativamente maggiore
sui lavoratori a più basso salario.
Nel rapporto Delors, naturalmente, si sottolinea che per poter ridurre
il costo del lavoro senza aggravare il bilancio degli Stati membri
si devono attuare misure fiscali compensative, basate principalmente
su tributi volti alla protezione dell'ambiente come l'imposta sulle
emissioni di anidride carbonica, o come le imposte sugli impianti
inquinanti o consumatori di energia.
Il terzo "tipo" di disoccupazione che caratterizza il sistema
europeo è quella tecnologica. Benché esistano
nuovi bisogni legati al cambiamento degli stili di vita, alla trasformazione
delle strutture e delle relazioni familiari, alla crescita dell'occupazione
femminile ed al progressivo invecchiamento della popolazione, alla
tutela ambientale e al recupero delle aree urbane, il mercato non
vi fa fronte, in quanto lo sviluppo della domanda e dell'offerta incontra
ostacoli notevoli. Dal lato della domanda si pone il problema dell'elevato
costo relativo del lavoro scarsamente qualificato, che si riflette
sul prezzo dei servizi, mentre dal lato dell'offerta vi è la
tendenza a considerare questo tipo di lavori degradanti, poiché
ritenuti scarsamente qualificati. Questo tipo di servizi, pertanto,
vengono solitamente lasciati al mercato nero o all'iniziativa statale.
Secondo le stime, i cosiddetti lavori "socialmente utili"
sarebbero in grado di creare 3 milioni di nuovi posti di lavoro
all'interno dell'Unione. Il "libro bianco" indica alcuni
"nuovi bacini d'impiego":
1. I servizi zonali di assistenza: assistenza domiciliare agli anziani
e ai disabili, assistenza sanitaria, preparazione di pasti e i lavori
domestici; custodia dei bambini che non hanno ancora raggiunto l'età
scolare e, fuori dell'orario scolastico, degli scolari, compresi gli
spostamenti tra casa e scuola; assistenza ai giovani in difficoltà,
attraverso il sostegno a livello scolastico, offerta di attività
ricreative (soprattutto sportive), inquadramento per i più
svantaggiati; sicurezza di immobili destinati ad abitazione; piccoli
negozi mantenuti in aree rurali ma anche nei quartieri decentrati.
2. L'audiovisivo.
3. Le attività ricreative e culturali.
4. Il miglioramento della qualità della vita: rinnovamento
dei vecchi quartieri e dei vecchi habitat per migliorare il comfort
(attrezzature sanitarie e isolamento acustico) e garantire meglio
la sicurezza, sviluppo dei trasporti pubblici locali, resi più
confortevoli, frequenti, accessibili (in particolare ai disabili)
e sicuri, e offerta di nuovi servizi quali i taxi collettivi nelle
aree rurali.
5. La protezione dell'ambiente. conservazione delle zone naturali
e degli spazi pubblici (riciclaggio locale dei rifiuti); trattamento
delle acque e risanamento delle zone inquinate; controllo delle norme
di qualità; dispositivi per risparmio energetico, segnatamente
per le abitazioni.
Una delle cause fondamentali della disoccupazione tecnologica
nei suoi connotati di fenomeno strutturale, indicate dal "libro
bianco", è l'inadeguato livello dell'istruzione e della
formazione professionale di fronte sia ai rapidi mutamenti della tecnologia,
che alla sfida portata al sistema europeo dalla globalizzazione dell'economia.
La formazione e l'istruzione sono considerati degli strumenti di politica
attiva del mercato del lavoro, in quanto servono ad adeguare la preparazione
professionale dei lavoratori e dei giovani alle mutevoli esigenze
del mercato.
Inoltre, essi rappresentano uno strumento basilare di lotta al tipo
di disoccupazione che più affligge il nostro sistema, quella
giovanile e quella di lunga durata.
Il principio fondamentale alla base di ogni azione riguardante la
formazione deve essere, secondo il Rapporto Delors, la valorizzazione
del capitale umano lungo tutto il periodo della vita attiva. L'obiettivo
è quello "di imparare a imparare per tutto il corso
della vita". Per agevolare il passaggio dei giovani dalla
scuola alla vita professionale, vanno ampliate le forme di tirocinio
ed apprendistato presso le imprese e, ad integrazione di ciò,
vi è bisogno di corsi di formazione professionale brevi ed
a carattere eminentemente pratico organizzati in centri specializzati.
Per realizzare questa opera di riorganizzazione del sistema educativo
e formativo vi sarebbe bisogno di destinare una quota degli stanziamenti
attualmente destinati ai sussidi di disoccupazione per programmi inerenti
la formazione, in particolare per i giovani senza qualifiche e per
i disoccupati di lunga durata. È necessario un maggiore coinvolgimento
delle imprese nei processi di formazione, ad esempio attraverso una
riduzione degli oneri sociali per quelle aziende che intraprendono
azioni di formazione.
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