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Il ruolo delle parti sociali per l'orientamento
Dario Missaglia
CGIL
La sfida di offrire a ciascuno una opportunità formativa, così
come previsto dalle riforme che si sono susseguite negli ultimi anni
( autonomia scolastica, obbligo formativo a 18 anni, nuovo apprendistato
), pone la scuola di fronte a scelte inedite.
La politica potrà pure ritardare o compromettere quel progetto
ma le esigenze sociali da cui quelle leggi avevano preso le mosse, restano
del tutto di fronte alla società.
L'universalismo generoso degli anni '70 si è infranto inesorabilmente
contro le cifre degli esclusi e degli abbandoni scolastici, evidenziando
tutti i limiti di una prospettiva di inclusione ora ricercata attraverso
un abbassamento di fatto delle soglie di difficoltà, ora delegando
l'istanza superiore ( soprattutto il primo o secondo anno della scuola
superiore) all'ingrato compito della selezione.
Questo passato non è più ripetibile e la ricerca educativa
si muove oggi intorno a una nuova riflessione sulle forme di insegnamento
e di apprendimento.
In questo ambito sono di particolare interesse quelle esperienze maturate
in particolari contesti ( le comunità, i centri di accoglienza,
gli istituti penali minorili) in cui il ricorso alle tradizionali tecniche
di insegnamento conduce non solo al fallimento ma alla impossibilità
stessa di aprire un processo formativo positivo.
Le riflessioni convengono sul fatto che mentre le forme di apprendimento
e prestazione "scolastica" sono decisamente individuali (
compiti, interrogazioni, esercizi cui corrispondono singoli docenti
di singole discipline), l'apprendimento che avviene nella vita, nel
gioco, nel lavoro, è sempre all'interno di un sistema di relazioni
sociali, di situazioni concrete e problematiche. Pertanto, mentre i
"saperi scolastici" tendono a distaccarsi da qualsiasi contesto
significativo per la persona che apprende con effetti visibili sulle
stessa capacità e durata degli apprendimenti stessi, i saperi
della persona ( quelli che il bambino porta con sé fin dai suoi
primi anni di vita ) sono sempre relativi a oggetti e situazioni concrete,
ovvero sono "condivisi" socialmente.
Questo spiega le ragioni per cui un intervento educativo sul ragazzo
in difficoltà è inevitabilmente destinato al fallimento
se l'approccio resta quello "scolastico". Non importa che
gli si dedichi più tempo e più persone: c'è una
barriera di non comprensione dei significati che lo risospingono fuori
dal percorso formativo. Del resto già Dewey ricordava che apprendere
non significa imparare delle "cose" ma i "significati"
delle cose e la significatività sta nell'esperienza che si fa
conoscenza, in un percorso che coinvolge anche la sfera emotiva ed affettiva
di chi apprende.
Tutto ciò porterebbe a delineare una grande attenzione al contesto
di apprendimento, alla sua migliore organizzazione ed efficacia, alla
necessità di "accompagnare" il soggetto in apprendimento
verso le nuove opportunità educative. Il vecchio concetto di
"orientamento" ancora purtroppo visibile in tanti depliant
pubblicitari o in sbrigativi colloqui di fine-ciclo, viene così
definitivamente sepolto. Ma la scuola non fa tutto ciò o lo fa
in maniera apprezzabile solo nelle migliori esperienze in cui accanto
ad una tradizionale consapevolezza dello sfondo psicopedagogico dell'apprendimento
( la centralità del soggetto che apprende , del suo contesto
di vita, della sua esperienza) è cresciuta nel tempo l'esigenza
di qualificare l'organizzazione del lavoro .
Nel complesso tuttavia, l'insegnamento è ancora oggi prevalentemente
individuale, solitario, rafforzato in questa dimensione dalla mistica
della libertà di insegnamento. La didattica pertanto resta uno
strumento individuale e non si trasforma in chiave per reinterpretare
l'organizzazione del lavoro della scuola, per avviare prime forme di
divisione del lavoro in cui siano visibili distinti profili professionali
capaci di costruire reti efficaci di interventi didattici.
Questa prospettiva si è oggi aperta in maniera parziale e talvolta
contraddittoria con il processo di autonomia delle istituzioni scolastiche
che oramai caratterizza l'esperienza della scuola italiana.
L'autonomia infatti induce una crescita "dell'intelligenza"
del lavoro docente; rompendo i vincoli burocratici e misurandosi con
progetti concreti, l'individualismo strutturale inizia a perdere colpi
e cresce la consapevolezza che l'autonomia richieda un'impresa comune
, una differenziazione condivisa e solidale di compiti e funzioni per
rispondere con efficacia ai risultati attesi. In fondo le "funzioni-obiettivo"
introdotte con il penultimo contratto della scuola esprimono questa
consapevolezza. Ma si tratta di tentativi ancora iniziali ed incerti,
lontani per ora da un vero e proprio progetto di riforma del lavoro
docente.In questo contesto l'orientamento continua ad essere un aspetto
marginale, esterno, sovrapposto alla dimensione scolastica. E così
mentre gli Enti Locali, sospinti anche dal vento del federalismo, hanno
accentuato gli interventi verso la persona nel passaggio da un ordine
di scuola all'altro, dallo studio al lavoro, da lavoro a lavoro, ecc,
la scuola è rimasta sostanzialmente chiusa nei recinti rassicuranti
della sua autoreferenzialità.
La tradizionale autoreferenzialità della scuola si è infatti
tradotta molto spesso in una sorta di autosufficienza che non impegna
a leggere ed interpretare la domanda di formazione. Di conseguenza,
la scuola legge nel migliore dei casi "il territorio sociologico"
( composizione sociale, attività, flussi di natalità e
migrazione) ma non "il territorio antropologico" ( i saperi
del luogo, le tradizioni, la vita associativa, le risorse culturali
) rafforzando in tal modo la separatezza della scuola dalla società
e vietandosi ogni utile e positiva relazione con risorse che potrebbero
risultare preziose per raggiungere gli obiettivi.
Questo limite, sia chiaro, non appartiene soltanto alla scuola. Anche
le istituzioni del territorio stentano a superare una vecchia tradizione
fatta di diffidenza, separatezza e talvolta negativa contrapposizione,
contribuendo così a rafforzare un circolo vizioso che rischia
di frenare le potenzialità del processo di autonomia.
L'esperienza in corso dei servizi per l'impiego, offre un primo repertorio
di queste dinamiche. Si assiste al paradosso della convivenza di molteplici
luoghi e strumenti per l'orientamento, ma i fenomeni di disagio, dispersione,
abbandono, non registrano ancora l'effetto sperato.
Eppure solo nella dimensione sopra richiamata la scuola può porsi
il problema di risorse esterne utili ad affrontare una situazione complessa.
Il bisogno di un esperto, di una consulenza, di un operatore, ha senso
se nasce nel vivo di un processo che vede un gruppo di insegnanti alle
prese con un progetto di cui condividono la responsabile realizzazione.
L'expertise di un operatore è una risorsa preziosa se è
il gruppo di docenti a condurre le regole del gioco. Spetta a loro decidere
di quali supporti hanno bisogno, in termini di competenze, e con quali
modalità definite collegialmente si percorre un itinerario per
affrontare una la situazione con il valore aggiunto determinato da questa
collaborazione.
E' insomma da questa integrazione di saperi professionali diversi che
può nascere una capacità di maggior successo nelle pratiche
di orientamento.
L'esperto non può mai essere il demiurgo che risolve una situazione
che altri hanno rinunciato ad affrontare perché ciò contraddice
in maniera clamorosa tutto ciò che abbiamo detto a proposito
delle forme di apprendimento capaci di parlare alla persona che ci è
di fronte.
Se l'esperto è catapultato in un contesto di individui isolati,
separati ciascuno nella propria cattedra o nella propria funzione, il
rischio di delega è altissimo con conseguenze di sicuro insuccesso
. Le esperienze di integrazione di bambini con handicap nella scuola,
hanno fornito su questo dati inequivocabili. Quando l'inserimento si
è ridotto all'affidamento del bambino al singolo docente di sostegno
isolato dal team docente e dalla classe, si è riprodotta una
nuova forma di esclusione. Quando il docente di sostegno ha svolto il
suo lavoro con pieno coinvolgimento nel team docente e nelle attività
generali della classe, i risultati sono stati eccellenti.
La qualità del risultato dipende dunque da un duplice ordine
di fattori:
- la complessità intenzionale dell'organizzazione del lavoro,
ovvero la pratica di una didattica intesa come percorso integrato
di funzioni specifiche e competenze diverse /( dentro la scuola ma
anche nel rapporto con le risorse che il territorio può esprimere)
- la qualità di una forma di apprendimento che non dimentichi
mai di partire dai saperi che ciascuno possiede, da quello che Autier-Levy
chiamano il "blasone" che ogni persona possiede in quanto
tale, per costruire da qui un percorso di riproduzione della stima
di sé senza la quale non può esistere motivazione ad
apprendere.
Orientare significa partire dalla persona così com'è,
inseparabile dall'insieme di relazioni sociali che fanno la sua storia,
per "provarsi" in esperienze diverse dove misurare se stesso,la
propria autostima, il proprio futuro.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Resnick " Imparare dentro e fuori la scuola" in Pontecorvo-Aiello,
Led Milano '95
Ranieri-Foa "Il tempo del sapere", Einaudi 99
P.Perrenoud " Construire des compétences dès l'école"
, ESF '97
D.Missaglia " Pensare l'autonomia" Scriptorium '96
D.Missaglia-R.Pettenello "Scuola e patti formativi territoriali"
La Nuova Italia 2000
D.Missaglia-S.Zoppi-G.Gilardi " La formazione integrata" F.Angeli
2001
AA.VV "Organizzazione e qualità della scuola" La Nuova
Italia '95
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